14 giugno 2026
Es 19,2-6a; Ps 99 (100); Rom 5,6-11; Mt 9,36-10,8
PER SOLLEVARVI SU ALI D'ACQUILA
Il Vangelo della liturgia odierna ci propone l’episodio di Gesù che prova compassione per la folla, e sceglie alcuni discepoli per inviarli in missione.
Non a caso Matteo annota che Gesù prova “compassione” per le folle, si commuove cioè per loro… La parola greca corrispondente che noi traduciamo con compassione ( al v. 36: Gesù vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore…) in greco significa “viscere”…come se Matteo dicesse che Gesù provò una compassione viscerale rivelando così cuore colmo di carità divina. Egli avverte la necessità delle folle di pastori capaci di guidarle con sicurezza, e si traduce in un invito a pregare Dio perché mandi pastori di questo tipo: “Pregate dunque il Signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!” (9,38).
Matteo ci descrive la vocazione dei dodici con un elenco dato da sei coppie di nomi: Matteo esattore delle tasse e collaborazionista romano, Simone chiamato “cananeo” cioè guerrigliero anti-romano, Giuda l’Iscariota che significa forse sicario, cioè un acceso zelota, pronto ad uccidere i propri nemici. Insomma un gruppo diversificato, non costituito da persone sapienti, perfette, pie o devote. Sono gente comune, uomini come tutti, senza studi di teologia alle spalle, accomunati solo dalla chiamata del Figlio a divenire figli in Lui, e fratelli fra di loro!
Dopo questa prima osservazione un secondo punto da notare è che i dodici sono chiamati prima di tutto semplicemente discepoli, dal verbo “discere” che significa imparare; sono cioè chiamati ad imparare, a farsi alunni alla scuola del Vangelo. Prima d’ insegnare occorre imparare, prima di dare occorre ricevere. Come a dire che un apostolo è tale nella misura in cui è, e rimane sempre discepolo!
Un terzo punto è come Gesù limiti la loro missione: “Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani, rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele” (Mt 10,5). Noi siamo abituati a sentire che Gesù invia i discepoli a tutte le nazioni, qui invece la missione è ristretta alla casa d’Israele. E’ un insegnamento prezioso che dice come ognuno debba rispettare i propri limiti. Non possiamo fare tutto! Occorre conoscere i propri limiti per realizzare la propria vocazione…. Altrimenti ci disperderemo in mille direzioni facendo, alla fine, fallimento.
Un quarto punto è la nostalgia del regno dei cieli: “Strada facendo predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino” (Mt. 10,7). Gesù vuole dire…sì certo, soccorrete i malati, abbiate compassione dei poveri e dei sofferenti, aiutate la gente e fate tutto quello che potete per loro con tutte le opere di misericordia di cui siete capaci, tuttavia strada facendo predicate anche che il regno dei cieli è vicino! Come a dire che certamente siamo chiamati ad aiutare il nostro prossimo con le opere, con la nostra carità e la nostra presenza, ma dobbiamo anche annunciare che il regno dei cieli è vicino… Può darsi che non tutti ne siano interessati, anche fra chi segue Gesù forse non tutti sono interessati al suo Regno. Non tutti i credenti hanno la stessa profondità e sensibilità spirituale e di fede!
Molti attendono solo un miracolo, o un poco di pane, altri di essere guariti, alcuni forse di piacerGli, non tutti i cristiani però seguono Gesù davvero per amore Suo! Anche se questo è vero tuttavia noi dobbiamo comunque tener presente che non è la stessa cosa vedere, ottenere un miracolo, oppure ricevere il regno dei cieli!
Forse la compassione profonda di Cristo di cui parla il Vangelo oggi consiste proprio in questo. Nel vangelo di Giovanni Gesù dice di sé: Io sono la porta delle pecore, e questa è proprio la sua compassione per le pecore. Infatti le pecore, se forse possono trovare un poco di pascolo anche senza Gesù, certamente non hanno e non potranno mai avere, senza di Lui, il varco d’entrata e d’accesso al Regno…
Da qui scaturisce però un’importante domanda per noi: ma io che tipo di pecora sono? Sono una di quelle che sono contente di un po' di pascolo, di un miracolo, oppure di quelle che hanno nel cuore nostalgia di qualcosa di più? Magari del varco di accesso al Regno? Vi ho sollevato sul ali d’aquila per farvi venire fino a me dice Esodo 19 oggi. Come a dire “Non sono venuto solo per guarire qualche malattia o fare qualche grazia ma per sollevarvi su ali d’aquila….” .
Ma il punto è: lo desideriamo, lo vogliamo, lo cerchiamo davvero? Vogliamo, desideriamo, cerchiamo il Regno dei cieli?
Questo è il vero dono prezioso che il Cristo vuole farci, per cui l’assenza in noi di questo desiderio è quello che rattrista il suo cuore! Certo, Cristo si rattrista anche per i nostri peccati, ma essi sono spesso occasionati da molta fragilità. Il non avere in noi, il non custodire in noi questa nostalgia, questo desiderio, questa aspirazione del Regno dei cieli è qualcosa di peggio dei peccati che pure, possono anche esserci. Occorre certo evitare le occasioni di peccato, ma c’è qualcosa di più importante e profondo che dovremmo ricercare. Che cosa davvero desideriamo? Sì, un po' di salute, un po' di affetto e di tranquillità, la soddisfazione dei nostri bisogni fisici e psichici di base, ma è tutto qui?
Non accontentiamoci, apriamoci alla nostalgia, e al desiderio di cielo e d’infinito….

